LA GRANDE SPERANZA…

 Cari amici, 

Il mese di  Novembre, tradizionalmente dedicato al ricordo dei defunti,  ci offre  l’opportunità di riflettere sulla  GRANDE SPERANZA… che ci sostiene nel “viaggio della vita”.

 UMANI  INTERROGATIVI …

  • Constatazione del Salmista: Sl.89 Gli anni della nostra vita sono settanta,  ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore;  passano presto e noi ci dileguiamo.
  • Immagine del poeta:                         Si sta /come d’autunno /sugli alberi /le foglie (Ungaretti)
  • Non  resta che piangere? Io piangevo molto perché non si  trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. (Ap. 5,1ss)
  • Una luce dopo il tunnel: Gesù Morto e risorto: ci vuole accanto a sé per sempre: “Abbiate fede in Dio e  abbiate fede anche in me. Io  quando sarò andato e vi avrò preparato un  posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove  sono io.(Gv 14,1s)
  •  Qualcuno ci asciugherà le lacrime (Ap. 7,13)  “Colui che  siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.  Non avranno più fame, né avranno più sete,  perché l’Agnello che sta in mezzo al trono  sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.    DIO TERGERÀ OGNI LACRIMA DAI LORO OCCHI”.

CARI AMICI,  VI RICORDO

 1°- 3° WEEK – END  DELLO  SPIRITO  Dopo una settimana  di… corsa                   Sabato e Domenica …  FERMIAMOCI !                                     “STO ALLA PORTA   E …  BUSSO” (Gesù

  • SABATO 2 –DOMENICA 3 NOVEMBRE  2019:  WEEK-END DELLO SPIRITO  Gioie e dolori della vita in ascolto di… GIOBBE 
  • ORARIO DI MASSIMA :
  •  SABATO  15.30SCUOLA DI PREGHIERA  18.30  S. MESSA  19.30 – Cena sobria e in silenzio…21.00 – MOMENTO MARIANOADORAZIONE NOTTURNA  
  • DOMENICA: “Vogliamo svegliare l’aurora”    8: LODI al sorgere del sole  9.00:  CATECHESI  10.30: S. MESSA – Risonanze spirituali… Pranzo in fraternità
  • SINTESI DELL’ENCICLICA “SPE SALVI” DI BENEDETTO XVI                  

L’INCONTRO CON LUI,  NOSTRO GIUDICE E… “AVVOCATO”

Alcuni teologi recenti sono dell’avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi.  Ma nel dolore di questo incontro, in cui l’impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana.  È un dolore beato, in cui il suo amore ci penetra come fiamma. Il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. Il dolore dell’amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. La grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro             « avvocato »(1Gv 2,1)- Leggi tutto allegato:

  • INFO E PRENOTAZIONI    0721.823.175 – 333.8890.862                    

 donalesiani@gmail.com   www.sanbiagiofano.it

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  1. MARTINO POVERO E UMILE
    Dalle «Lettere» di Sulpicio Severo

    Martino previde molto tempo prima il giorno della sua morte. Avvertì quindi i fratelli che ben presto avrebbe cessato di vivere. Nel frattempo un caso di particolare gravità lo chiamò a visitare la diocesi di Candes. I chierici di quella chiesa non andavano d’accordo tra loro e Martino, ben sapendo che ben poco gli restava da vivere, desiderando di ristabilire la pace, non ricusò di mettersi in viaggio per una così nobile causa. PENSAVA INFATTI CHE SE FOSSE RIUSCITO A RIMETTERE L’ARMONIA IN QUELLA CHIESA AVREBBE DEGNAMENTE CORONATO LA SUA VITA TUTTA ORIENTATA SULLA VIA DEL BENE. Si trattenne quindi per qualche tempo in quel villaggio o chiesa dove si era recato finchè la pace non fu ristabilita. Ma quando già pensava di far ritorno al monastero, sentì improvvisamente che le forze del corpo lo abbandonavano. Chiamati perciò a sé i fratelli, li avvertì della morte ormai imminente. Tutti si rattristarono allora grandemente, e tra le lacrime, come se fosse uno solo a parlare, dicevano: «Perché, o padre, ci abbandoni? A chi ci lasci, desolati come siamo? Lupi rapaci assaliranno il tuo gregge e chi ci difenderà dai loro morsi, una volta colpito il pastore? SAPPIAMO BENE CHE TU DESIDERI DI ESSERE CON CRISTO; MA IL TUO PREMIO È AL SICURO. SE SARÀ RIMANDATO NON DIMINUIRÀ. MUOVITI PIUTTOSTO A COMPASSIONE DI COLORO CHE LASCI QUAGGIÙ». Commosso da queste lacrime, egli che, ricco dello spirito di Dio, si muoveva sempre facilmente a compassione, si associò al loro pianto e, rivolgendosi al Signore, così parlò dinanzi a quelli che piangevano: Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà. O UOMO GRANDE OLTRE OGNI DIRE, INVITTO NELLA FATICA, INVINCIBILE DI FRONTE ALLA MORTE! EGLI NON FECE ALCUNA SCELTA PER SÉ. NON EBBE PAURA DI MORIRE E NON SI RIFIUTÒ DI VIVERE. Intanto sempre rivolto con gli occhi e con le mani al cielo, non rallentava l’intensità della sua preghiera. I sacerdoti che erano accorsi intorno a lui, lo pregavano di sollevare un poco il suo povero corpo mettendosi di fianco. Egli però rispose: LASCIATE, FRATELLI, LASCIATE CHE IO GUARDI IL CIELO, PIUTTOSTO CHE LA TERRA, PERCHÉ IL MIO SPIRITO, CHE STA PER SALIRE AL SIGNORE, SI TROVI GIÀ SUL RETTO CAMMINO. Detto questo si accorse che il diavolo gli stava vicino. Gli disse allora: Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! IL SENO DI ABRAMO MI ACCOGLIE. NEL DIRE QUESTE PAROLE RESE LA SUA ANIMA A DIO.
    MARTINO SALE FELICEMENTE VERSO ABRAMO. MARTINO POVERO E UMILE ENTRA RICCO IN PARADISO.

  2. “VADO AVANTI PRIMA IO E PREGHERÒ PER TE”
    Una storia d’amore vero, quella tra Liliana Segre e il marito Alfredo Paci. Lui la accoglie e la custodisce, la salva dal ricordo degli orrori che ha vissuto mettendola sempre davanti a sè,
    fin oltre la morte. Lei non crede? Poco importa: ci penserà lui a pregare per lei dal Cielo.
    Mare, litorale di Pesaro, primo giorno di spiaggia. Siamo nel 1948, Liliana ha diciotto anni e un ragazzo la vede, si avvicina. Quella ragazza come le altre, diversa da tutte, lì in costume, per quasi due anni è stata detenuta in campo di concentramento, ad Auschwitz dove fu liberata dall’Armata Rossa il primo maggio del 1945. Ora vive

    con i nonni materni; quelli paterni e lo stesso amatissimo papà sono stati uccisi quasi subito, appena deportati.
    Liliana desidera e insieme dispera di una vita normale. Non è normale, la sua perché segnata in maniera indelebile dalla violenza, dalla paura. Incancellabili come il tatuaggio che le hanno fatto sul suo avambraccio sinistro di adolescente: numero 75190. Ed è quella la prima cosa che il suo futuro marito nota e di cui parla con lei. Io so che cos’è quel numero, tu devi avere molto sofferto. Che paradosso, la cosa che più le ricorda l’orrore che ha vissuto e che le ha deformato tutta l’anima e i sensi (si spaventa per tutto, bastava un fuoco acceso, un abbaiare di cane, l’accento tedesco di un turista) è il davanzale dal quale affacciandosi incontra di nuovo uno sguardo d’amore. Che la salverà, dice lei stessa. Liliana racconta, ai ragazzi nelle scuole e sui giornali, che l’ha salvata l’amore, che ha resistito a tutto, alle torture, la fame, il gelo, il lavoro, la marcia della morte, a tutto (era una dei 25 bambini italiani tornati vivi dei 776 deportati) perché era stata amata.
    Sono stata così tanto amata, dai nonni, da mio papà, un santo perdente. Un amore che mi serve anche adesso, che è come una pelle fantastica che ripara da tutti i mali del mondo. E ho ritrovato l’amore con mio marito»

    Lo racconta in questa intervista per TV2000 Senatrice a vita da gennaio del 2018 è diventata testimone della Shoah e donna di pace come si definisce lei stessa, solo dopo che l’amore l’aveva ricondotta, con dolcezza e fedeltà, alla bellezza di una vita normale. Quello che sarebbe diventato suo marito era lì, davanti a lei, e non aveva paura. Non ha avuto paura dopo, davanti alla sua storia, l’ha sempre protetta. Si chiama Alfredo Belli Paci, laureato in Giurisprudenza, era allora un praticante in uno studio legale di Bologna. «Ma nel 1943 era stato uno dei seicentomila “no”, uno dei soldati italiani catturati che non vollero aderire alla Repubblica sociale e furono rinchiusi nei campi di prigionia» spiega Liliana. «Fu spostato in sette diversi lager. Il miracolo semplice di Alfredo è avere fatto di lei una donna normale. Alfredo ingoia il proprio dolore, si mette da parte quasi morendo a sé stesso e si offre a lei, per custodirla e amarla. «Non si è spaventato e non è scappato di fronte alla mia storia – dice Liliana -. Per me ha messo da parte i suoi stessi traumi di prigioniero. Sono stata sempre e solo io, in famiglia, la persona da proteggere». Davanti ai figli lo dirà spesso: la mamma è quella che ha sofferto di più, non pensate a me. “Non parliamo di me perché di fronte a quel che ha avuto la mamma non c’è paragone”. Le si accosta in “un modo così dolce”, proprio a lei “che era come un animale ferito”. Le disse “perché anch’io sono stato in sette campi diversi”, per poi non parlarne più, solo per farle capire che la comprendeva davvero. Quando a 60 anni la Segre deciderà di raccontare la sua esperienza di ebrea deportata ne parlerà con lui. Da allora ha parlato in centinaia di scuole a migliaia di ragazzi. Va bene, se è questo quello che vuoi tu sai che poi (e qui inizia a scandire le parole, rallentando il ritmo) torni a casa da me. E in effetti lui era lì a dirmi “amore mio”, questo è stato molto importante. Lui è un uomo di fede, vi è stato condotto soprattutto dalla madre. La sua fede e devozione si intensificano ancora di più alla morte della mamma; Liliana non crede, invece, ma anche a questo penserà lui. Se non è un vero sposo costui… Le dirà spesso negli ultimi tempi, racconta ora da vedova (è morto dieci anni fa): tu non credi, io sì. Io sono più vecchio di te, vado avanti prima di te e pregherò per te. Che meraviglia!!!!

  3. AUTORE DEL SECONDO SECOLO

    CRISTO VOLLE SALVARE TUTTO CIÒ CHE ANDAVA IN ROVINA

    FRATELLI, RAVVIVIAMO LA NOSTRA FEDE IN GESÙ CRISTO, VERO DIO, GIUDICE DEI VIVI E DEI MORTI, e rendiamoci consapevoli dell’estrema importanza della nostra salvezza. Se noi svalutiamo queste grandi realtà facciamo male e scandalizziamo quelli che ci sentono e mostriamo di non conoscere la nostra vocazione né chi ci abbia chiamati né per qual fine lo abbia fatto e neppure quante sofferenze Gesù Cristo abbia sostenuto per noi.
    E quale contraccambio potremo noi dargli o quale frutto degno di quello che egli stesso diede a noi? E DI QUANTI BENEFICI NON GLI SIAMO NOI DEBITORI? EGLI CI HA DONATO L’ESISTENZA, CI HA CHIAMATI FIGLI PROPRIO COME UN PADRE, CI HA SALVATI MENTRE ANDAVAMO IN ROVINA. QUALE LODE DUNQUE, QUALE CONTRACCAMBIO POTREMO DARGLI PER RICOMPENSARLO DI QUANTO ABBIAMO RICEVUTO? Noi eravamo fuorviati di mente, adoravamo pietre e legno, oro, argento e rame lavorato dall’uomo. TUTTA LA NOSTRA VITA NON ERA CHE MORTE! MA MENTRE ERAVAMO AVVOLTI DALLE TENEBRE, PUR CONSERVANDO IN PIENO IL SENSO DELLA VISTA, ABBIAMO RIACQUISTATO L’USO DEGLI OCCHI, DEPONENDO, PER SUA GRAZIA, QUEL FITTO VELO CHE LI RICOPRIVA.
    In realtà, scorgendo in noi non altro che errori e rovine e l’assenza di qualunque speranza di salvezza, se non di quella che veniva da lui, ebbe pietà di noi e, nella sua grande misericordia, ci donò la salvezza. CI CHIAMÒ ALL’ESISTENZA MENTRE NON ESISTEVAMO, E VOLLE CHE DAL NULLA COMINCIASSIMO AD ESSERE.
    Un altro passo della Scrittura dice: «NON SONO VENUTO A CHIAMARE I GIUSTI, MA I PECCATORI» (MT 9, 13). DICE COSÌ PER FARCI CAPIRE CHE VUOL SALVARE QUELLI CHE VANNO IN ROVINA. IMPORTANTE E DIFFICILE È SOSTENERE NON CIÒ CHE STA BENE IN PIEDI, MA CIÒ CHE MINACCIA DI CADERE. COSÌ ANCHE CRISTO VOLLE SALVARE CIÒ CHE STAVA PER CADERE E SALVÒ MOLTI, QUANDO VENNE A CHIAMARE NOI CHE GIÀ STAVAMO PER PERDERCI.

  4. DAI «DISCORSI» DI SAN CESARIO DI ARLES, VESCOVO
    CON IL BATTESIMO SIAMO TUTTI DIVENTATI TEMPIO DI DIO

    CON GIOIA E LETIZIA CELEBRIAMO OGGI, FRATELLI CARISSIMI, IL GIORNO NATALIZIO DI QUESTA CHIESA: MA IL TEMPIO VIVO E VERO DI DIO DOBBIAMO ESSERLO NOI. QUESTO È VERO SENZA DUBBIO. TUTTAVIA I POPOLI CRISTIANI USANO CELEBRARE LA SOLENNITÀ DELLA CHIESA MATRICE, POICHÉ SANNO CHE È PROPRIO IN ESSA CHE SONO RINATI SPIRITUALMENTE.
    PER LA PRIMA NASCITA NOI ERAVAMO COPPE DELL’IRA DI DIO; LA SECONDA NASCITA CI HA RESI CALICI DEL SUO AMORE MISERICORDIOSO. LA PRIMA NASCITA CI HA PORTATI ALLA MORTE; LA SECONDA CI HA RICHIAMATI ALLA VITA. PRIMA DEL BATTESIMO TUTTI NOI ERAVAMO, O CARISSIMI, TEMPIO DEL DIAVOLO. DOPO IL BATTESIMO ABBIAMO MERITATO DI DIVENTARE TEMPIO DI CRISTO. SE RIFLETTEREMO UN PO’ PIÙ ATTENTAMENTE SULLA SALVEZZA DELLA NOSTRA ANIMA, NON AVREMO DIFFICOLTÀ A COMPRENDERE CHE SIAMO IL VERO E VIVO TEMPIO DI DIO. «DIO NON DIMORA IN TEMPLI COSTRUITI DALLE MANI DELL’UOMO» (AT 17, 24), O IN CASE FATTE DI LEGNO E DI PIETRA, MA SOPRATTUTTO NELL’ANIMA CREATA A SUA IMMAGINE PER MANO DELLO STESSO AUTORE DELLE COSE. IL GRANDE APOSTOLO PAOLO HA DETTO: «SANTO È IL TEMPIO DI DIO CHE SIETE VOI» (1 COR 3, 17). POICHÉ CRISTO CON LA SUA VENUTA HA CACCIATO IL DIAVOLO DAL NOSTRO CUORE PER PREPARARSI UN TEMPIO DENTRO DI NOI, CERCHIAMO DI FARE, COL SUO AIUTO, QUANTO È IN NOSTRO POTERE, PERCHÉ QUESTO TEMPIO NON ABBIA A SUBIRE ALCUN DANNO PER LE NOSTRE CATTIVE AZIONI. CHIUNQUE SI COMPORTA MALE, FA INGIURIA A CRISTO. PRIMA CHE CRISTO CI REDIMESSE, COME HO GIÀ DETTO, NOI ERAVAMO ABITAZIONE DEL DIAVOLO. IN SEGUITO ABBIAMO MERITATO DI DIVENTARE LA CASA DI DIO, SOLO PERCHÉ EGLI SI È DEGNATO DI FARE DI NOI LA SUA DIMORA.
    SE DUNQUE, O CARISSIMI, VOGLIAMO CELEBRARE CON GIOIA IL GIORNO NATALIZIO DELLA NOSTRA CHIESA, NON DOBBIAMO DISTRUGGERE CON LE NOSTRE OPERE CATTIVE IL TEMPIO VIVENTE DI DIO. PARLERÒ IN MODO CHE TUTTI MI POSSANO COMPRENDERE: TUTTE LE VOLTE CHE VENIAMO IN CHIESA, RIORDINIAMO LE NOSTRE ANIME COSÌ COME VORREMMO TROVARE IL TEMPIO DI DIO. VUOI TROVARE UNA BASILICA TUTTA SPLENDENTE? NON MACCHIARE LA TUA ANIMA CON LE SOZZURE DEL PECCATO. SE TU VUOI CHE LA BASILICA SIA PIENA DI LUCE, RICORDATI CHE ANCHE DIO VUOLE CHE NELLA TUA ANIMA NON VI SIANO TENEBRE. FA’ PIUTTOSTO IN MODO CHE IN ESSA, COME DICE IL SIGNORE, RISPLENDA LA LUCE DELLE OPERE BUONE, PERCHÉ SIA GLORIFICATO COLUI CHE STA NEI CIELI. COME TU ENTRI IN QUESTA CHIESA, COSÌ DIO VUOLE ENTRARE NELLA TUA ANIMA. LO HA AFFERMATO EGLI STESSO QUANDO HA DETTO: ABITERÒ IN MEZZO A LORO E CON LORO CAMMINERÒ (CFR. LV 26, 11. 12).

  5. IL RAMO RIBELLE – autore anonimo

    “Il castagno allargava la sua chioma su un angolo del giardinetto pubblico ed era profondamente felice.
    Ma un magnifico ramo, in alto a destra, scuoteva con rabbia le foglie e brontolava: “L’albero, sempre l’albero! Ma sono io, che faccio tutto! Io porto le foglie, porto i ricci, faccio maturare le castagne, e quando potrei riposare un po’, le foglie cadono e resto qui, spogliato, a prendermi tutto il freddo e il gelo dell’inverno, i colpi di vento, la pioggia, e la neve…”

    Il ramo era veramente furibondo! L’albero cercava, invano, di farlo ragionare: lo invitava alla pazienza, alla comprensione.
    “Tu sei importantissimo, per me, figliolo! Sei un magnifico ramo, robusto, e pieno di vita.”
    Ma il ramo ribelle scricchiolava e inveiva e aveva escogitato un piano di fuga:
    se ne sarebbe andato, si sarebbe STACCATO DALL’ALBERO e si sarebbe messo a vivere PER CONTO SUO.

    Un giorno di marzo, un vento irruente si divertiva a mulinare intorno all’albero. Il ramo decise che era venuto il suo momento!
    “Vento, ho bisogno di un favore. Staccami, dall’albero!”
    “Come vuoi!” – Sibilò il vento.
    Il vento prese a girare, sempre più vorticosamente, intorno al ramo, e a scuoterlo, con una furia irresistibile, finché, con uno schianto terribile, il ramo si staccò dal tronco.
    “Evviva! Volo!” – gridò il ramo, strappato dal vento e sollevato sopra il recinto del giardino.
    “Finalmente, sono libero! La mia vita comincia, adesso!”
    Il ramo rideva ed esultava, neanche le lacrime che scendevano silenziose dalla ferita dell’albero lo commossero!

    Portato dal vento, che soffiava violento, volò, oltre il fiume, e atterrò, su un pendio erboso.
    “ORA DECIDO IO!” – pensò. “Dormirò finché voglio e farò quel che mi pare e piace! Non dovrò più stare sempre appiccicato a quel tronco brutto e rugoso!”
    Uno strano torpore, si impadronì di lui: Dopo qualche ora, le sue foglie cominciarono ad appassire.
    La LINFA, che era la sua vita, e che l’albero, generoso, aveva sempre fatto scorrere in lui, cominciò a mancargli, non riusciva più a respirare!
    Con infinita paura si accorse di aver già incominciato a SECCARE.
    Gli venne in mente l’albero, e capì che, senza di lui, sarebbe morto!
    Ma era troppo tardi.
    Avrebbe voluto piangere, ma non poteva
    perché ormai era solo un inutile RAMO SECCO.”

  6. IL SIMBOLO DELLA FEDE
    Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo

    Nell’apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto QUELLA CHE ORA TI VIENE PROPOSTA DALLA CHIESA ED E’ GARANTITA DA TUTTE LE SCRITTURE. Ma non tutti sono in grado di leggere le Scritture. Ecco perché, ad impedire che l’anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi. Io ti consiglio di portare questa fede con te come PROVVISTA DA VIAGGIO PER TUTTI I GIORNI DI TUA VITA e non prenderne mai altra fuori di essa, Così «se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal 1, 8).
    Cerca di ritenere bene A MEMORIA il simbolo della fede. Esso è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento. Perciò, fratelli, conservate con ogni impegno la tradizione che vi viene trasmessa Scrivetene gli insegnamenti nel profondo del cuore.
    Vigilate attentamente perché IL NEMICO NON VI DERUBI DI QUESTO TESORO. State in guardia perché nessun eretico stravolga le verità che vi sono state insegnate. Ricordate che aver fede significa far fruttare la moneta che è stata posta nelle vostre mani. E non dimenticate che Dio vi chiederà conto di ciò che vi è stato donato. «Vi scongiuro», dice l’Apostolo, «al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6, 13), conservate intatta fino al ritorno del Signore nostro Gesù Cristo questa fede che vi è stata insegnata. Ti è stato affidato il tesoro della vita, e il Signore ti richiederà questo deposito nel giorno della sua venuta «che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e Signore dei signori; il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile,» (1 Tm 6, 15-16). Al quale sia onore e gloria, per i secoli eterni. Amen.

  7. San Macario monaco
    Omelie spirituali

    OFFRIRCI A LUI TOTALMENTE
    Com’è possibile che, malgrado tanti incoraggiamenti e tante promesse da parte del Signore, rifiutiamo di offrirci a lui totalmente e senza riserva, di rinunciare a ogni cosa e perfino alla nostra vita, secondo il Vangelo (Lc 14, 26), per amare lui solo, e nient’altro insieme con lui?
    Considera quanto è stato fatto per noi: quale gloria ci è stata data, quanti interventi ha predisposto il Signore, in vista della salvezza, dai padri e i profeti, quante promesse, quante esortazioni, quanta compassione da parte del nostro Maestro fin dalle origini! Alla fine, egli ha manifestato la sua indicibile benevolenza nei nostri confronti, venendo ad abitare con noi e morendo sulla croce per convertirci e ricondurci alla vita. E noi, non lasciamo da parte la nostra propria volontà, l’amore del mondo, le nostre predisposizioni e abitudini cattive, mostrando così quanto siamo uomini di poca fede, anzi senza fede alcuna!
    Eppure, vedi come, malgrado tutto questo, Dio si mostra PIENO DI UNA DOLCE BONTA’. Ci protegge e ci cura invisibilmente. Malgrado le nostre colpe, non ci abbandona definitivamente alla malvagità e alle illusioni del mondo; nella sua grande pazienza, ci impedisce di perire e aspetta, da lontano, il momento in cui ci volgeremo verso di lui.

  8. Vaticano II
    COMPITO DEI CRISTIANI NELL’EDIFICAZIONE DELLA PACE

    I cristiani cooperino volentieri e di tutto cuore all’edificazione dell’ordine internazionale nel rispetto delle legittime libertà e in amichevole fraternità con tutti. Tanto più che la massima parte degli uomini soffre ancora di miseria così grande che CRISTO STESSO NELLE PERSONE DEI POVERI SEMBRA RECLAMARE QUASI AD ALTA VOCE LA CARITÀ DEI SUOI DISCEPOLI. NON SI DIA QUESTO SCANDALO AGLI UOMINI: CHE CIOÈ, MENTRE ALCUNE NAZIONI, POPOLATE DA UNA MAGGIORANZA DI PERSONE CHE SI GLORIANO DEL NOME DI CRISTIANI, GODONO DI GRANDE RICCHEZZA DI BENI, ALTRE PER CONTRO SONO PRIVE DEL NECESSARIO PER VIVERE E SONO AFFLITTE DALLA FAME, DALLE MALATTIE E DA OGNI SORTA DI MISERIE. INFATTI LO SPIRITO DI POVERTÀ E DI CARITÀ È LA GLORIA E LA TESTIMONIANZA DELLA CHIESA DI CRISTO.
    Perciò si devono lodare e incoraggiare quei cristiani, specialmente i giovani, che spontaneamente si offrono ad aiutare gli altri uomini e le altre nazioni. ANZI È DOVERE DI TUTTO IL POPOLO DI DIO, DIETRO LA PAROLA E L’ESEMPIO DEI VESCOVI, DI SOLLEVARE, PER QUANTO STA IN LORO, LE MISERIE DI QUESTI TEMPI SECONDO L’ANTICA USANZA DELLA CHIESA, NON SOLO CON L’ECCEDENZA, MA ANCHE CON GLI STESSI BENI PATRIMONIALI.
    Il modo di raccogliere e distribuire gli aiuti, pur senza essere rigido ed uniforme, avvenga tuttavia ordinatamente a livello diocesano, nazionale e mondiale e dovunque appaia opportuno, con l’opera congiunta dei cattolici o degli altri fratelli cristiani. Infatti lo spirito di carità, non solo non si oppone all’esercizio provvidenziale e ordinato dell’azione caritativa, che anzi lo esige. Perciò è necessario che coloro i quali intendono dedicarsi alle nazioni in via di sviluppo vengano anche debitamente formati in istituti specializzati.
    QUESTO SCOPO SI RAGGIUNGERÀ IN MANIERA PIÙ EFFICACE SE I FEDELI STESSI, COSCIENTI DELLA LORO RESPONSABILITÀ UMANA E CRISTIANA, SI DARANNO DA FARE PER RISVEGLIARE, GIÀ NELL’AMBITO DELLA LORO VITA, LA VOLONTÀ DI COLLABORARE PRONTAMENTE CON LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE. SI ABBIA UNA CURA PARTICOLARE NEL FORMARE IN QUESTO I GIOVANI, SIA NELL’EDUCAZIONE RELIGIOSA CHE IN QUELLA CIVILE.
    INFINE È AUGURABILE CHE I CATTOLICI, PER COMPIERE BENE IL LORO DOVERE NELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE, SI STUDINO DI COOPERARE FATTIVAMENTE ED EFFICACEMENTE SIA CON I FRATELLI SEPARATI, CHE PURE FANNO PROFESSIONE DI CARITÀ EVANGELICA, SIA CON TUTTI GLI UOMINI CHE BRAMANO LA VERA PACE.

  9. VIVERE LA PROPRIA VOCAZIONE
    S. CARLO BORROMEO

    Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all’impegno della propria vocazione. FACCIAMO IL CASO DI UN SACERDOTE che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all’altezza del suo ufficio? Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili. HAI IL MANDATO DI PREDICARE E DI INSEGNARE? STUDIA E APPLICATI a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.
    Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità.
    ESERCITI LA CURA D’ANIME? NON TRASCURARE PER QUESTO LA CURA DI TE STESSO, E NON DARTI AGLI ALTRI FINO AL PUNTO CHE NON RIMANGA NULLA DI TE A TE STESSO. DEVI AVERE CERTO PRESENTE IL RICORDO DELLE ANIME DI CUI SEI PASTORE, MA NON DIMENTICARTI DI TE STESSO. Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. SE CELEBRI LA MESSA, MEDITA CIÒ CHE OFFRI. SE RECITI I SALMI IN CORO, MEDITA A CHI E DI CHE COSA PARLI. SE GUIDI LE ANIME, MEDITA DA QUALE SANGUE SIANO STATE LAVATE; COSÌ POTREMO FACILMENTE SUPERARE LE DIFFICOLTÀ CHE INCONTRIAMO, OGNI GIORNO. DEL RESTO CIÒ È RICHIESTO DAL COMPITO AFFIDATOCI. SE COSÌ FAREMO AVREMO LA FORZA PER GENERARE CRISTO IN NOI E NEGLI ALTRI.

  10. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
    PROMUOVERE LA PACE

    LA PACE NON È SEMPLICEMENTE ASSENZA DI GUERRA, NÉ SI RIDUCE SOLAMENTE A RENDERE STABILE L’EQUILIBRIO DELLE FORZE CONTRASTANTI E NEPPURE NASCE DA UN DOMINIO DISPOTICO, MA SI DEFINISCE GIUSTAMENTE E PROPRIAMENTE «OPERA DELLA GIUSTIZIA» (IS 32, 17). ESSA È FRUTTO DELL’ORDINE IMPRESSO NELLA SOCIETÀ UMANA DAL SUO FONDATORE. È UN BENE CHE DEVE ESSERE ATTUATO DAGLI UOMINI CHE ANELANO AD UNA GIUSTIZIA SEMPRE PIÙ PERFETTA.
    Il bene comune del genere umano è regolato nella sua sostanza dalla legge eterna, ma, con il passare del tempo, è soggetto, per quanto riguarda le sue esigenze concrete, a continui cambiamenti. PERCIÒ LA PACE NON È MAI ACQUISITA UNA VOLTA PER TUTTE, MA LA SI DEVE COSTRUIRE CONTINUAMENTE. E SICCOME PER DI PIÙ LA VOLONTÀ UMANA È LABILE E, OLTRE TUTTO, FERITA DAL PECCATO, L’ACQUISTO DELLA PACE RICHIEDE IL COSTANTE DOMINIO DELLE PASSIONI DI CIASCUNO E LA VIGILANZA DELLA LEGITTIMA AUTORITÀ.
    Tuttavia questo non basta ancora. Una pace così configurata non si può ottenere su questa terra se non viene assicurato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi in tutta libertà e fiducia le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. Per costruire la pace, poi, sono assolutamente necessarie la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli, l’impegno di ritener sacra la loro dignità e, infine, la pratica continua della fratellanza. Così la pace sarà frutto anche dell’amore, che va al di là di quanto la giustizia da sola può dare.
    LA PACE TERRENA, POI, CHE NASCE DALL’AMORE DEL PROSSIMO, È IMMAGINE ED EFFETTO DELLA PACE DI CRISTO CHE PROMANA DA DIO PADRE. INFATTI LO STESSO FIGLIO DI DIO, FATTO UOMO, PRINCIPE DELLA PACE, PER MEZZO DELLA SUA CROCE HA RICONCILIATO TUTTI GLI UOMINI CON DIO E, RISTABILENDO L’UNITÀ DI TUTTI IN UN SOLO POPOLO E IN UN SOLO CORPO, HA DISTRUTTO NELLA SUA CARNE L’ODIO (CFR. EF 2, 16; COL 1, 20. 22). NELLA GLORIA DELLA SUA RISURREZIONE HA DIFFUSO NEI CUORI DEGLI UOMINI LO SPIRITO DI AMORE.
    PERCIÒ TUTTI I CRISTIANI SONO FORTEMENTE CHIAMATI A «VIVERE SECONDO LA VERITÀ NELLA CARITÀ» (EF 4, 15) E A UNIRSI CON GLI UOMINI VERAMENTE AMANTI DELLA PACE PER IMPLORARLA E TRADURLA IN ATTO.

  11. 2 NOVEMBRE : MEDITIAMO UNA BELLA PAGINA DI S. AMBROGIO «Sulla morte del fratello Satiro»
    MORIAMO INSIEME A CRISTO, PER VIVERE CON LUI

    Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «PER ME IL VIVERE È CRISTO E IL MORIRE UN GUADAGNO» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale? ESERCITIAMOCI, PERCIÒ, QUOTIDIANAMENTE A MORIRE E ALIMENTIAMO IN NOI UNA SINCERA DISPONIBILITÀ ALLA MORTE. SARÀ PER L’ANIMA UN UTILE ALLENAMENTO ALLA LIBERAZIONE DALLE CUPIDIGIE SENSUALI, SARÀ UN LIBRARSI VERSO POSIZIONI INACCESSIBILI ALLE BASSE VOGLIE ANIMALESCHE, CHE TENDONO SEMPRE A INVISCHIARE LO SPIRITO. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «CHI MI LIBERERÀ DA QUESTO CORPO VOTATO ALLA MORTE?» (Rm 7, 24). LA GRAZIA DI DIO PER MEZZO DI GESÙ CRISTO NOSTRO SIGNORE (Rm 7, 25 ).
    ABBIAMO IL MEDICO, ACCETTIAMO LA MEDICINA. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque ANDIAMO ESULI DAL CORPO PER NON ANDARE ESULI DAL CRISTO. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo. NON DOBBIAMO, È VERO, RINNEGARE I LEGITTIMI DIRITTI DELLA NATURA, MA DOBBIAMO PERÒ DAR SEMPRE LA PREFERENZA AI DONI DELLA GRAZIA. Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. PERTANTO LA SUA MORTE È LA VITA DI TUTTI. La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare. A dire il vero, Dio non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché LA MORTE RESTITUISSE QUELLO CHE LA VITA AVEVA PERDUTO, altrimenti, senza la grazia, L’IMMORTALITÀ SAREBBE STATA PIÙ DI PESO CHE DI VANTAGGIO. L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, e muovere verso le assemblee eterne. Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, , cantano i celesti sonatori d’arpa: UNA COSA HO CHIESTO AL SIGNORE, QUESTA SOLA IO CERCO: ABITARE NELLA CASA DEL SIGNORE TUTTI I GIORNI DELLA MIA VITA, PER GUSTARE LA DOLCEZZA DEL SIGNORE» (SAL 26, 4).

  12. QUANDO PENSO AI SANTI …
    Dai «Discorsi» di S. Bernardo, abate

    Quando penso ai Santi, mi sento ardere da grandi desideri
    IL PRIMO DESIDERIO è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, agli apostoli, ai martiri, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi. CI ATTENDE LA PRIMITIVA COMUNITÀ DEI CRISTIANI, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi ce ne mostreremo indifferenti? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano. VI È UN SECONDO DESIDERIO ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Giungerà il momento della venuta di Cristo. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostro corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso. Nutriamo liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente COSÌ, PER LORO INTERCESSIONE, ARRIVEREMO LÀ DOVE DA SOLI NON POTREMMO MAI PENSARE DI GIUNGERE.

  13. “LA GRANDE SPERANZA”
    LETTERA DI BENEDETTO XVI SULLA SPERANZA CRISTIANA
    ***
    • SPE SALVI FACTI SUMUS »:
    nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 8,24). La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata una speranza affidabile, in virtù della quale una speranza
    affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.
    LA FEDE È SPERANZA (2-3)
    • Speranza è l’equivalente di « fede »?
    « Speranza » è una parola centrale della fede biblica al punto che in diversi passi le parole «fede» e «speranza» sono interscambiabili. La prima lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos, il senso e la ragione della loro speranza (cfr 3,15). Speranza » è l’equivalente di « fede ».
    • Dal nulla al nulla?
    Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12). “Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo” dice un epitaffio di quell’epoca.
    • Una porta spalancata?
    Voi non dovete « affliggervi come gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4,13). Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: sanno che la loro vita non finisce nel vuoto. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente.
    • Una schiava con 144 cicatrici
    Giuseppina Bakhita, all’età di 9 anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. In conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un« padrone » totalmente diverso, nel dialetto veneziano, chiamava « paron » il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo.
    • Amata dal « Paròn » supremo
    Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano…Ora sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, e che questo Signore è buono. Veniva a sapere che questo Signore la amava. Anche lei era amata e proprio dal « Paron » supremo.
    • La Grande Speranza: non poteva tenerla per sé
    Ora lei aveva « speranza » non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada, io sono attesa da questo Amore. Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione. La liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva che non poteva tenerla per sé.

  14. L’AMORE COPRE UNA MOLTITUDINE DI PECCATI
    (Soren Kierkegaard)
    Signore Gesù Cristo,
    gli uccelli hanno i loro nidi e le volpi le loro tane,
    ma tu non avesti dove posare il capo,
    non hai avuto un letto su questa terra.
    TUTTAVIA ERI QUEL LUOGO SEGRETO, L’UNICO,
    IN CUI IL PECCATORE POTESSE TROVAR RIFUGIO.
    E ANCHE OGGI TU SEI IL NASCONDIGLIO:
    QUANDO IL PECCATORE TORNA A TE,
    SI NASCONDE IN TE, È NASCOSTO IN TE.
    ALLORA EGLI È ETERNAMENTE DIFESO,
    PERCHÉ IL TUO AMORE NASCONDE UNA MOLTITUDINE DI PECCATI.

  15. SEGUIAMO LA VIA DELLA VERITÀ
    SAN CLEMENTE I, PAPA
    RIVESTIAMOCI DI PACE, DI UMILTÀ, DI CASTITÀ. TENIAMOCI LONTANI DA OGNI MORMORAZIONE E MALDICENZA, E PRATICHIAMO LA GIUSTIZIA NON A PAROLE, MA NELLE OPERE. È scritto infatti: Chi parla molto, sappia anche ascoltare, e il loquace non creda di salvarsi per le sue molte parole (cfr. Gb 11, 2).
    Bisogna dunque che ci mettiamo di buon animo a fare il bene, poiché tutto ci è dato dal Signore. Egli ci avverte in precedenza: ECCO IL SIGNORE, E LA SUA RICOMPENSA È CON LUI, PER RENDERE A CIASCUNO SECONDO LE SUE OPERE (CFR. AP 22, 12). PERCIÒ CI ESORTA A CREDERE IN LUI CON TUTTO IL CUORE E A NON ESSERE PIGRI, MA DEDITI AD OGNI OPERA BUONA.
    Lui sia la nostra gloria e in lui riposi la nostra fiducia. ANCHE NOI DUNQUE UNIAMOCI NELLO STESSO LUOGO NELLA CONCORDIA DEI SENTIMENTI, E GRIDIAMO CONTINUAMENTE A LUI COME CON UNA SOLA BOCCA, PER ESSERE PARTECIPI DELLE SUE GRANDI E GLORIOSE PROMESSE.
    È detto infatti: Occhio mai non vide, né orecchio udì né mai entrarono in cuore d’uomo quelle cose che Dio ha preparato per coloro che lo aspettano (cfr. 1 Cor 2, 9).
    Quali saranno allora i beni che vengono preparati per coloro che lo aspettano? Solo il creatore e padre dei secoli, il santissimo ne conosce la quantità e la bellezza.
    Noi dunque, per aver parte ai doni promessi, facciamo di tutto per trovarci nel numero di coloro che aspettano il Signore. E a quali condizioni potrà avvenire questo, o miei cari? AVVERRÀ SE IL NOSTRO CUORE SARÀ SALDO IN DIO CON LA FEDE, SE CERCHEREMO CON DILIGENZA CIÒ CHE È GRADITO E ACCETTO A LUI, SE COMPIREMO CIÒ CHE È CONFORME ALLA SUA SANTA VOLONTÀ, SE SEGUIREMO LA VIA DELLA VERITÀ, RIGETTANDO DA NOI OGNI FORMA DI INGIUSTIZIA.

  16. Omelia del Santo Padre
    La Parola di Dio oggi ci aiuta a pregare attraverso tre personaggi: nella parabola di Gesù pregano il fariseo e il pubblicano, nella prima Lettura si parla della preghiera del povero.
    1. La preghiera del fariseo comincia così: «O Dio, ti ringrazio». È un ottimo inizio, perché la preghiera migliore è quella di gratitudine, è quella di lode. Ma subito vediamo il motivo per cui ringrazia: «perché non sono come gli altri uomini» (Lc 18,11). E spiega pure il motivo: digiuna due volte la settimana, mentre allora era d’obbligo una volta all’anno; paga la decima su tutto quello che ha, mentre era prescritta solo sui prodotti più importanti (cfr Dt 14,22 ss). Insomma, si vanta perché adempie al meglio precetti particolari. Però dimentica il più grande: amare Dio e il prossimo (cfr Mt 22,36-40). Traboccante della propria sicurezza, della propria capacità di osservare i comandamenti, dei propri meriti e delle proprie virtù, è centrato solo su di sé. Il dramma di questo uomo è che è senza amore. Ma anche le cose migliori, senza amore, non giovano a nulla, come dice San Paolo (cfr 1 Cor 13). E senza amore, qual è il risultato? Che alla fine, anziché pregare, elogia se stesso. Infatti al Signore non chiede nulla, perché non si sente nel bisogno o in debito, ma si sente in credito. Sta nel tempio di Dio, ma pratica un’altra religione, la religione dell’io. E tanti gruppi “illustri”, “cristiani cattolici”, vanno su questa strada.
    E oltre a Dio dimentica il prossimo, anzi lo disprezza: per lui, cioè, non ha prezzo, non ha valore. Si ritiene migliore degli altri, che chiama, letteralmente, “i rimanenti, i restanti” (“loipoi”, Lc 18,11). Sono, cioè, “rimanenze”, sono scarti da cui prendere le distanze. Quante volte vediamo questa dinamica in atto nella vita e nella storia! Quante volte chi sta davanti, come il fariseo rispetto al pubblicano, innalza muri per aumentare le distanze, rendendo gli altri ancora più scarti. Oppure, ritenendoli arretrati e di poco valore, ne disprezza le tradizioni, ne cancella le storie, ne occupa i territori, ne usurpa i beni. Quante presunte superiorità, che si tramutano in oppressioni e sfruttamenti, anche oggi – lo abbiamo visto nel Sinodo quando parlavamo dello sfruttamento del creato, della gente, degli abitanti dell’Amazzonia, della tratta delle persone, del commercio delle persone! Gli errori del passato non son bastati per smettere di saccheggiare gli altri e di infliggere ferite ai nostri fratelli e alla nostra sorella terra: l’abbiamo visto nel volto sfregiato dell’Amazzonia. La religione dell’io continua, ipocrita con i suoi riti e le sue “preghiere” – tanti sono cattolici, si confessano cattolici, ma hanno dimenticato di essere cristiani e umani –, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo. Anche cristiani che pregano e vanno a Messa la domenica sono sudditi di questa religione dell’io. Possiamo guardarci dentro e vedere se anche per noi qualcuno è inferiore, scartabile, anche solo a parole. Preghiamo per chiedere la grazia di non ritenerci superiori, di non crederci a posto, di non diventare cinici e beffardi. Chiediamo a Gesù di guarirci dal parlare male e dal lamentarci degli altri, dal disprezzare qualcuno: sono cose sgradite a Dio. E provvidenzialmente, oggi ci accompagnano in questa Messa non solo gli indigeni dell’Amazzonia: anche i più poveri delle società sviluppate, i fratelli e sorelle ammalati della Comunità dell’Arche. Sono con noi, in prima fila.
    2. Passiamo all’altra preghiera. La preghiera del pubblicano ci aiuta invece a capire che cosa è gradito a Dio. Egli non comincia dai suoi meriti, ma dalle sue mancanze; non dalla sua ricchezza, ma dalla sua povertà: non una povertà economica – i pubblicani erano ricchi e guadagnavano pure iniquamente, a spese dei loro connazionali – ma sente una povertà di vita, perché nel peccato non si vive mai bene. Quell’uomo che sfrutta gli altri si riconosce povero davanti a Dio e il Signore ascolta la sua preghiera, fatta di sole sette parole ma di atteggiamenti veri. Infatti, mentre il fariseo stava davanti in piedi (cfr v. 11), il pubblicano sta a distanza e “non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo”, perché crede che il Cielo c’è ed è grande, mentre lui si sente piccolo. E “si batte il petto” (cfr v. 13), perché nel petto c’è il cuore. La sua preghiera nasce proprio dal cuore, è trasparente: mette davanti a Dio il cuore, non le apparenze. Pregare è lasciarsi guardare dentro da Dio – è Dio che mi guarda quando prego –, senza finzioni, senza scuse, senza giustificazioni. Tante volte ci fanno ridere i pentimenti pieni di giustificazioni. Più che un pentimento sembra una auto-canonizzazione. Perché dal diavolo vengono opacità e falsità – queste sono le giustificazioni –, da Dio luce e verità, la trasparenza del mio cuore. È stato bello e ve ne sono tanto grato, cari Padri e Fratelli sinodali, aver dialogato in queste settimane col cuore, con sincerità e schiettezza, mettendo davanti a Dio e ai fratelli fatiche e speranze.
    Oggi, guardando al pubblicano, riscopriamo da dove ripartire: dal crederci bisognosi di salvezza, tutti. È il primo passo della religione di Dio, che è misericordia verso chi si riconosce misero. Invece, la radice di ogni sbaglio spirituale, come insegnavano i monaci antichi, è credersi giusti. Ritenersi giusti è lasciare Dio, l’unico giusto, fuori di casa. È tanto importante questo atteggiamento di partenza che Gesù ce lo mostra con un confronto paradossale, mettendo insieme nella parabola la persona più pia e devota del tempo, il fariseo, e il peccatore pubblico per eccellenza, il pubblicano. E il giudizio si capovolge: chi è bravo ma presuntuoso fallisce; chi è disastroso ma umile viene esaltato da Dio. Se ci guardiamo dentro con sincerità, vediamo in noi tutti e due, il pubblicano e il fariseo. Siamo un po’ pubblicani, perché peccatori, e un po’ farisei, perché presuntuosi, capaci di giustificare noi stessi, campioni nel giustificarci ad arte! Con gli altri spesso funziona, ma con Dio no. Con Dio il trucco non funziona. Preghiamo per chiedere la grazia di sentirci bisognosi di misericordia, poveri dentro. Anche per questo ci fa bene frequentare i poveri, per ricordarci di essere poveri, per ricordarci che solo in un clima di povertà interiore agisce la salvezza di Dio.
    3. Arriviamo così alla preghiera del povero, della prima Lettura. Essa, dice il Siracide, «attraversa le nubi» (35,21). Mentre la preghiera di chi si presume giusto rimane a terra, schiacciata dalla forza di gravità dell’egoismo, quella del povero sale dritta a Dio. Il senso della fede del Popolo di Dio ha visto nei poveri “i portinai del Cielo”: quel sensus fidei che mancava nella dichiarazione [del fariseo]. Sono loro che ci spalancheranno o meno le porte della vita eterna, loro che non si sono considerati padroni in questa vita, che non hanno messo se stessi prima degli altri, che hanno avuto solo in Dio la propria ricchezza. Essi sono icone vive della profezia cristiana.
    In questo Sinodo abbiamo avuto la grazia di ascoltare le voci dei poveri e di riflettere sulla precarietà delle loro vite, minacciate da modelli di sviluppo predatori. Eppure, proprio in questa situazione, molti ci hanno testimoniato che è possibile guardare la realtà in modo diverso, accogliendola a mani aperte come un dono, abitando il creato non come mezzo da sfruttare ma come casa da custodire, confidando in Dio. Egli è Padre e, dice ancora il Siracide, «ascolta la preghiera dell’oppresso» (v. 16). E quante volte, anche nella Chiesa, le voci dei poveri non sono ascoltate e magari vengono derise o messe a tacere perché scomode. Preghiamo per chiedere la grazia di saper ascoltare il grido dei poveri: è il grido di speranza della Chiesa. Il grido dei poveri è il grido di speranza della Chiesa. Facendo nostro il loro grido, anche la nostra preghiera, siamo sicuri, attraverserà le nubi.

  17. SAN CLEMENTE I, PAPA
    DIO È FEDELE ALLE SUE PROMESSE

    CONSIDERIAMO, O CARISSIMI, COME IL SIGNORE CI MOSTRI CONTINUI ESEMPI DELLA RISURREZIONE FUTURA, DELLA QUALE CI HA DATO UNA PRIMIZIA IN GESÙ CRISTO, RISUSCITANDOLO DAI MORTI.
    OSSERVIAMO LA RISURREZIONE CHE AVVIENE NELLA LEGGE DEL TEMPO. IL GIORNO E LA NOTTE CI FANNO VEDERE LA RISURREZIONE. LA NOTTE SI ADDORMENTA, IL GIORNO RISORGE. IL GIORNO SE NE VA, LA NOTTE SOPRAVVIENE.
    Prendiamo come esempio i frutti. Il seme cos’è, e come si genera? Il seminatore è uscito e ha sparso sulla terra ciascuno dei semi. Questi, caduti per terra secchi e nudi, marciscono. POI DIO GRANDE E PROVVIDENTE LI FA RISORGERE DALLO STESSO DISFACIMENTO, E DA UN SOLO SEME NE RICAVA MOLTI, E LI PORTA ALLA FRUTTIFICAZIONE.
    Le nostre anime stiano attaccate a lui con questa speranza, a lui che è fedele nella promessa e giusto nei giudizi. Colui che ha proibito di mentire, molto meno mentirà egli stesso. Niente infatti è impossibile a Dio, fuorché mentire. Facciamo dunque rivivere la nostra fede in lui e consideriamo come tutte le cose sono a lui congiunte.
    Con una parola della sua maestà ha stabilito ogni cosa e con una sua parola può tutto distruggere. CHI POTREBBE DOMANDARGLI: CHE HAI FATTO? O CHI POTREBBE OPPORSI ALLA POTENZA DELLA SUA FORZA? (CFR. SAP 12, 12). LE SUE OPERE EGLI LE FARÀ TUTTE QUANDO VORRÀ E COME VORRÀ, E NULLA CADRÀ DI QUANTO EGLI HA STABILITO. Tutto gli sta davanti e nulla sfugge alla sua volontà. «I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio, e la notte alla notte ne trasmette notizia. Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono» (Sal 18, 2-4).
    Poiché dunque tutto è aperto ai suoi occhi e alle sue orecchie, rigettiamo ogni torbida fantasia ed evitiamo i sentieri del male per meritare il sostegno della sua misericordia di fronte al giudizio futuro. Dove infatti potremmo sfuggire dalla sua mano potente? Quale altro mondo potrebbe accogliere uno che è fuggiasco da lui? Dice infatti la Scrittura: Dove andrò e dove mi occulterò dalla tua presenza? Se salgo al cielo, là tu sei; se mi recherò alle estremità della terra, mi afferra la tua destra; se mi adagerò in fondo all’abisso, là è il tuo spirito (cfr. Sal 138, 7-11).
    DOVE DUNQUE RITIRARSI, O DOVE FUGGIRE DA LUI CHE TUTTO ABBRACCIA?
    ACCOSTIAMOCI INVECE A LUI NELLA SANTITÀ DELL’ANIMA, LEVIAMO A LUI LE MANI PURE E SENZA MACCHIA, AMIAMO IL NOSTRO PADRE, BUONO E MISERICORDIOSO, CHE HA FATTO DI NOI LA SUA EREDITÀ.

  18. Valentina, una bambina autistica scrive:

    “Nella mia casa ci sono due stanze, due lettini,
    una piccola finestra e un gatto bianco.

    Nella mia casa mangiamo solo la sera,
    quando il mio babbo torna a casa con il sacchetto pieno di pane e di pesce secco.

    Nella mia casa siamo tutti poveri,
    ma il mio babbo ha gli occhi celesti,
    la mia mamma ha gli occhi celesti,
    mio fratello ha gli occhi celesti
    e anche il gatto ha gli occhi celesti.

    Quando siamo tutti seduti a tavola,
    nella nostra casa sembra che ci sia il CIELO.”

  19. san Cirillo d’Alessandria, vescovo

    COME IL PADRE HA MANDATO ME, ANCH’IO MANDO VOI

    NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO STABILÌ LE GUIDE, I MAESTRI DEL MONDO E I DISPENSATORI DEI SUOI DIVINI MISTERI. Volle inoltre che essi risplendessero come luminari e rischiarassero non soltanto il paese dei Giudei, MA ANCHE TUTTI GLI ALTRI CHE SI TROVANO SOTTO IL SOLE E TUTTI GLI UOMINI CHE POPOLANO LA TERRA. È VERACE PERCIÒ COLUI CHE AFFERMA: «NESSUNO PUÒ ATTRIBUIRSI QUESTO ONORE, SE NON CHI È CHIAMATO DA DIO» (EB 5, 4). NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO HA RIVESTITO GLI APOSTOLI DI UNA GRANDE DIGNITÀ A PREFERENZA DI TUTTI GLI ALTRI DISCEPOLI.
    I suoi apostoli furono le colonne e il fondamento della verità. Cristo afferma di aver dato loro la stessa missione che ebbe dal Padre. MOSTRÒ COSÌ LA GRANDEZZA DELL’APOSTOLATO E LA GLORIA INCOMPARABILE DEL LORO UFFICIO, MA CON CIÒ FECE COMPRENDERE ANCHE QUAL È LA FUNZIONE DEL MINISTERO APOSTOLICO.
    EGLI DUNQUE PENSAVA DI DOVER MANDARE I SUOI APOSTOLI ALLO STESSO MODO CON CUI IL PADRE AVEVA MANDATO LUI. Perciò era necessario che lo imitassero perfettamente e per questo conoscessero esattamente il mandato affidato al Figlio dal Padre. Ecco perché spiega molte volte la natura della sua missione. Una volta dice: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione (cfr. Mt 9, 13). Un’altra volta afferma: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 38). Infatti «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).
    Riassumendo perciò in poche parole le norme dell’apostolato, dice di averli mandati come egli stesso fu mandato dal Padre, PERCHÉ DA CIÒ IMPARASSERO CHE IL LORO PRECISO COMPITO ERA QUELLO DI CHIAMARE I PECCATORI A PENITENZA, DI GUARIRE I MALATI SIA DI CORPO CHE DI SPIRITO, DI NON CERCARE NELL’AMMINISTRAZIONE DEI BENI DI DIO LA PROPRIA VOLONTÀ, MA QUELLA DI COLUI DA CUI SONO STATI INVIATI E DI SALVARE IL MONDO CON IL SUO GENUINO INSEGNAMENTO.
    FINO A QUAL PUNTO GLI APOSTOLI SI SIANO SFORZATI DI SEGNALARSI IN TUTTO CIÒ, NON SARÀ DIFFICILE CONOSCERLO SE SI LEGGERANNO ANCHE SOLO GLI ATTI DEGLI APOSTOLI E GLI SCRITTI DI SAN PAOLO.

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